Grovigli, linee intricate, nidi e fili volanti | quando una cake è confusamente intrecciata

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Ho la mania di dire che quando si traccia una linea, soprattutto in uno spazio, questa deve andare da A a B, ossia deve sapere dove parte e dove arriva. E A e B è meglio che siano non uguali, diversi, ossia proprio A e B e non BB o AA. Questo nel giardino ma anche nel paesaggio vuol dire, per esempio, che una linea, un segmento, devono avere un senso, devono portare a qualche cosa, che sia solo visiva o fisica, devono avere una chiara ragion d’essere. Vi assicuro che ciò può sembrare una puntigliosità, ma ragioniamoci, un tragitto che ha due punti notevoli e diversi è più bello, un percorso dove so’ che vedrò qualche cosa che non mi aspetto è più interessante, ci porta ad avere maggior attenzione, ci comunica più sensazioni, costruisce un sistema di relazioni ed esperienze più ricco, anche camminando dentro una linea banale.

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Dopo anni di rette, linee ordinate, rigide e composte, che si incontravano tutt’al più solo a 90 gradi, negli ultimi venti anni, grazie ad una certa elasticità mentale, ad una duttilità dei materiali, alla capacità di capire che la rete è più creativa della scacchiera, si sono moltiplicati, soprattutto in architettura, superfici dove il groviglio è l’immagine dominante. L’imperativo è perdersi e quindi la mia preoccupazione di sapere dove va a finire una retta diventa un’apprensione fuori moda, out.

A volte è un decoro un po’ impazzito, una successione di linee opache che si contrappongono alle trasparenze dei vetri, altre volte diventa forma, genera l’architettura, come nel caso del Beijn Olympic Stadium del duo Herzog & de Meuron. Canestro, cesto o nido questo stadio si ispira, come forma, a quella di alcuni antichi vasi della tradizione cinese e l’intreccio esasperato diventa un simbolo, un’immagine icona, come per questo stadio costruito per le Olimpiadi del 2008 a Pechino.

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Sarà un caso ma l’Oriente accoglie gli intrecci più facilmente ed ecco che ancor prima dello stadio cinese, in Giappone a Tokyo, nel fashion district di Omotesando, nasce la filiare nippo di Tod’s (gli italiani all’estero…) progettata da Toyo Ito; è un bianco intreccio realizzato da pannelli in calcestruzzo spessi 30 centimetri che ingabbiano il vetro privo del segno del telaio. Anche qui un lavoro di facciata, una sorta di carta avvolgente che impacchetta il parallelepipedo rigorosamente bianco e trasparente. In realtà l’immagine di riferimento del progettista era quello di un intreccio di rami d’albero, ma qui Ito non è riuscito ad essere leggero come nella Mediateca di Sendai, e l’intreccio ha tanto del nastro impazzito sul pacchetto.

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Intrecci più composti, ma si sa, i francesi amano Cartesio, pardon Descartes, sono stati quelli di Rudy Ricciotti per il Centre Chorégraphique National ad Aix-en-Provence realizzato nel lontano 1999; una scatola di vetro con un’intelaiatura composta, regolare, solcata di tanto in tanto da linee oblique. Decisamente una struttura rigida che però è stata riscattata dal suo progettista nell’edificio di Chartres del 2004 che accoglie un cinema multisala dedicato ai bambini. Qui il groviglio, realizzato da un pannello staccato dalla facciata, è un intreccio metallico esasperato che proietta ombre complicate.

Ma il groviglio che mi piace di più è quello verde, realizzato nel 2003 a Zurigo del MFO Park, una piazza-giardino dove una struttura metallica è il volume che simula un precedente edificio che non esiste più, una sorte di fantasma, ricoperto da fili di acciaio che, a raggiera e come tanti pilastri compositi, sono ricoperti da una moltitudine di rampicanti. La struttura, una sorta di pergola oversize, con un ammasso di 30 chilometri di cavi d’acciaio, è ricoperta da circa 1200 rampicanti che avvolgono e colorano lo spazio pubblico che diventa una piazza tridimensionale, dove poter stare a diversi livelli passeggiando o stando seduti. Il lavoro con la vegetazione è minuzioso e divide i fili verdi per dimensione, capacita di fioritura e colore. Come un pittore il progettista, lo studio svizzero Radershall Patner Ag Landschaftsarchitekten (con una lista lunga di consulenti) traccia le linee che da rigide diventano morbide sotto la copertura dei rampicanti. Bella è anche la texture del fogliame che realizza volumi morbidi dai diversi verdi. Spettacolare poi il momento dell’autunno quando il rosso e il giallo appaiono quasi inaspettati.

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fonte: http://www.raderschall.ch – L. Margolis, A. Robinson, “Living Systems”, Birkhauser, 2007 http://www.landezine.com
questa immagine ve la devo proprio descrivere, perchè apparentemente sembra un disegnuccio divertente, un banale grafico, ma è qui che sta l’anima del progetto vegetale e la bravura del paesaggista chiamato. Il disegno rappresenta la facciata della gabbia metallica (una porzione) sul quale sono elencate le scelte dei rampicanti per colore delle fioriture e massime altezze di sviluppo. Se si è un po’ accorti si vede anche che gli accostamenti sono anche determinanti rispetto ai pieni e vuoti che si vogliono ottenere e alla densità fogliare ….. come dire, facile no? no, no ….. qui ci vuole un professionista ……

L’ultimo groviglio di oggi è quello della mia fruit cake realizzata per la vigilia di Natale.

La fruit cake è un impasto molto semplice, realizzato quasi interamente con canditi e frutta secca, e se lasciato a macerare con del brandy o altro alcool e chiuso ermeticamente, si può conservare per mesi. Questo dolce in terre anglosassoni è tipico del natale, ma in Inghilterra si ha l’usanza di usarlo come base per le wedding cake in quanto, dopo il matrimonio, la tradizione vuole, che una fetta debba essere conservata e mangiata al primo anniversario. A me sembra troppo, ma in effetti è un dolce che può essere preparato molto prima della consumazione. Il mio composto parte da una ricetta di  Mich Turner che ho modificato e sigillato solo con la pasta di zucchero invece del doppio strato di marzapane e pdz.

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Fruit cake intrecci

ingredienti

  • 60 gr di albicocche secche denocciolate
  • 100 gr di prugne secche denocciolate
  • 100 gr di ciliegie candite
  • 100 gr di fichi secchi
  • 200 gr di uva sultanina
  • 100 gr di una della California
  • scorza di un limone grattugiata
  • scorza di un’arancia grattugiata
  • 50 gr di mandorle tritate
  • un cucchiaino di zenzero
  • un cucchiaino di cannella
  • ½ cucchiaino di noce moscata
  • 175 gr di farina 00
  • 125 gr di burro ammorbidito
  • 125 gr di zucchero semolato
  • 2 uova intere a temperatura ambiente sbattute
  • 80 ml di brandy ma io ho messo del cointreau

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procedimento

  • in un recipiente mettere tutta la frutta secca (non le mandorle) con le scorze grattugiate di limone e arancia insieme al cointreau e lasciare macerare per 24-72 ore.
  • Setacciare la farina con lo zenzero, la cannella e la noce moscata e in una terrina, separatamente, montare il burro con lo zucchero fino ad una consistenza spumosa e morbida, quindi aggiungere le uova già sbattute, un po’ per volta e infine aggiungere la farina, sempre un po’ per volta. Mettere nel composto la frutta macerata e le mandorle tritate.

Infornare  a 140°C per circa tre ore o fino alla fatidica prova stecchino. Se nella cottura la superficie tende a scurirsi troppo, mettere sulla superficie della torta un foglio di cartaforno bucato nel centro per far uscire i vapori della cottura.

Qui possiamo anche fermarci e mangiarla così la nostra tortina, ma io debbo complicarmi l’esistenza e allora si passa allo step finale ……

A cottura ultimata fra raffreddare la torta e ricoprirla di crema di burro e poi, dopo essere passata per qualche ora nel frigorifero, ricoprirla ancora con la pasta di zucchero.

Ho successivamente fatto, con la ghiaccia reale, l’intreccio di fili bianchi e decorato con un nastro. I miei esperimenti con la sac-à-poche proseguono …… Prima però ho rigato la superficie della pdz con un mattarello che fa le righe, ultimo regalo da maniac delle cakes. In questa decorazione sono andata dritta con le linee zuccherose ma immaginate quanti ghirigori di intrecci si  possono fare ……

La torta può essere conservata per tre mesi se non ricoperta di pdz e avvolta solo nella cartaforno e posizionata in un contenitore a chiusura stagna.

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