resta di stucco …. è un barbatrucco! | storie di cakes e bubble house

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Fare una torta per bambini è una cosa difficilissima. L’ho capito solo ora.

Difficile per due motivi: il primo riguarda l’aspetto ludico che la cake deve avere, per cui forme, strutture sovrapposte, ricchezza di elementi tridimensionali da giustapporre ed altro, portano a costruzioni quasi fantascientifiche dall’incerto equilibrio; la seconda, ancora più delicata come faccenda, riguarda il colore. Realizzare una torta allegra e soprattutto colorata significa imbarcarsi con tanti accostamenti cromatici che spesso possono scadere nel cattivo gusto proprio perché eccessivamente carichi di colori che messi insieme sono un pugno in un occhio. Far diventare una torta per bambini una sorta di brutto e sgangherato caleidoscopio è un attimo, e questo l’ho capito dalla mia seconda torta per bambini che ho realizzato la settimana scorsa.

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Ho sempre cucinato dolci, dai tempi del manuale di Nonna Papera e del Dolceforno, ma il mondo delle “torte complicate”, quelle in pasta di zucchero le ho affrontate per la prima volta esattamente l’anno scorso, proprio per la festa del primo compleanno di una tenera amichetta. Se ricordo quell’esperienza, sorrido un po’ pensando a tutti gli errori fatti dall’ingenuità e dalla inesistente esperienza circa le cakes multipiano.

Quest’anno, la mia giovanissima amica faceva due anni (eh sì, invecchia anche lei) e aveva per me una precisa richiesta circa la sua torta: doveva essere ispirata al mondo dei Barbapapà, con Barbalalla come star della torta!

Barbapapà? E da dove sono sbucati fuori? Non erano dei cartoni degli anni ‘70 del secolo passato? Si è vero, non sono molto vicina al mondo infantile (conoscendo certi adulti questa affermazione è errata!), ma non avrei pensato proprio che i Barbapapà avevavo un revival proprio tra i piccoletti!

Devo essere sincera, io sono cresciuta distruggendo il numero uno di Topolino di mio fratello maggiore, che a sua volta mi rubava/prendeva “in prestito” gli Almanacchi di Topolino comprati con la mia paghetta per cui, pur essendo i Barbapapà un fumetto quasi giusto per la mia età, non mi piacevano per niente. Io adoravo il deposito di zio Paperone e la casa di Amelia la fattucchiera mentre le casette a bolle dei Barbapapà, forse fin troppo semplici, bianche, gommose e con piccole finestrelle, non mi piacevano assolutamente.

Bene, ho dovuto fare indagini ed interrogazioni tra gli amici più piccoli per saperne di più, documentarmi e soprattutto capire come fare questa Barbatorta.

Ora so’ tutto, o quasi, e quindi, prendete una posizione comoda che vi racconto un po’ di storie!

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nota: solo dopo aver realizzato Barbamamma ho saputo che era assolutamente necessario che i fiori della coroncina dovevano essere rossi! chiedo scusa ai cultori della materia!

Prima di tutto, il fumetto uscì in Francia nel 1970 per mano dei suoi creatori, Annette Tison, un architetto e designer francese e il marito, Talus Taylor biologo e matematico americano, di professione professore. I due stavano a Parigi nella famosa primavera del 1969 quando si narra che in un bistrò, sul classico tovagliolo o tovaglietta di carta, furono scarabocchiate le forme plastiche e rosa del Barbapapà, il primo personaggio del fumetto, il papà per l’appunto.

La storia inizia con il paffuto personaggio rosa che sbuca dalla terra in un giardino di una normale famiglia di umanoidi, abitanti di una tenera casetta unifamiliare in periferia. Il giardino diverrà la “casa” di questo esserino che avrà come compagni di gioco i due bambini della famigliola terrestre. Piano piano, sempre dalla terra, usciranno tutti gli altri personaggi della famiglia Barbapapà e da lì iniziarono le loro avventure a sfondo ecologista.

Singolare poi il significato del nome del fumetto: Barbe à papa in francese significa “zucchero filato”. Il personaggio di Barbapapà ha una struttura plastica, a pera, di color rosa, con la caratteristica principale di adattare la sua forma a qualsiasi luogo e circostanza, tanto che, la sua prima casa, lo vede partecipe come “cassaforma” per la costruzione della sua dimora; Barbamamma, una bella signora in nero, addobbata con fiori rossi tra i capelli, primo cadeau del marito, spalma il suo consorte di una sostanza, la barbaplastica che si modella sul corpo del paffuto capofamiglia rosa, costruendo in questo modo la prima cellula abitativa, la loro futura dimora.

Sicuramente la Tison avrà incontrato nei suoi studi di architettura i progetti di Wallace Neff, architetto americano famoso per aver progettato ville a celebrità hollywoodiane in stile spagnolo, ma altrettanto famoso per le sue case a forma di bolla, realizzate non ad Hollywood, ma in Africa e precisamente a Dakar nel Senegal ed in Angola.

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W. Neff, Balloon House in Arizona costruita per la Goodyear Tire
fonte: http://www.huntington.org

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pianta della Balloon House

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W. Neff, Bubble house
fonte: http://www.treehugger.com

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W. Neff, quartiere di Bubble house a Dakar
fonte: http://www.latimes.com

Ma come non mettere a confronto la Barbacasa con quella villetta, oggi di proprietà di Pierre Cardin, progettata dall’architetto finnico ungherese Antii Lovag, vicino Nizza? Lovag nel 1968 fu incaricato da Pierre Bernard di progettare la sua casa; i lavori durarono circa dieci anni, una sorta di progetto in loco che prendeva forma man mano che si costruivano le bolle. Il complesso, appollaiato sulla costa è oggi un insieme di sfere, quasi dei bulbi oculari con ampie finestre sul blu del cielo che si confonde con il colore del mare, un’iride azzurra.

La villa passò poi di proprietà di Pierre Cardin, e qui, grazie alla fama del suo nuovo proprietario, arrivò su tutte le riviste di arredamento ed architettura dell’epoca. Me la ricordo persino io pubblicata su una rivista femminile di mia madre.

Oggi la Maison Bulle, come si chiama, è monumento storico e come tale sotto la tutela del Ministero della Cultura Francese.

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Queste architetture cellulari, meglio definirle accademicamente organiche, hanno avuto di recente un ritorno. In Italia a Padova è stato costruito nel 2010 un asilo nido con forme simili alle bianche bolle del Barbacondominio, progetto dell’architetto di Zurigo Lucia Fontana.

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la scuola materna diLucia Fontana a Padova, 2010
foto di © Consorzio Z.I.P.

Ma le bolle più divertenti sono quelle trasparenti di plastica che diverse ditte che producono elementi gonfiabili, hanno messo sul mercato. La più divertente è quella di BubbleTree, una ditta francese specializzata in sfere di plastica che assemblate possono diventare delle case temporanee e soprattutto spostabili. Enormi bolle, le Crystal Bubble che invadono prati e boschi, giardini e scogliere, tutte trasparenti e componibili. Una meraviglia! Per la modica cifra di 5000 euro si può acquistare un modulo del diametro di 3.3 metri mentre per uno di 4 metri ci vogliono circa 6800, ma volendo si possono anche affittare. Potrebbe essere un’idea per risolvere il problema della casa? …. Io la butto lì!

Comunque sono reclamizzate come “stanze temporanee”  a cielo aperto per passare una notte sotto le stelle o in un luogo incantato, come in un bosco o dentro un campo; una sorta di tenda tecnologica, una bulle de neige a grandezza esagerata.

Ritorniamo ai nostri Barbapapà e al loro mondo. In Italia approdarono prima come fumetti e poi, successivamente, nel 1976 come serie di animazione realizzato in Giappone. I personaggi della serie erano doppiati da Orietta Berti e Claudio Lippi mentre la sigla era cantata dalle Mele Verdi e ….. Roberto Vecchioni. Qui mi è caduto un mito. Ho passato tutta l’adolescenza ad inseguire tutte le uscite discografiche del cantautore professore ed oggi, che ho saputo che anche lui si era messo a cantare le sigle dei cartoon che spopolavano tra i più piccoli e che sicuramente vendevano più di ogni altro “pezzo impegnato”, beh, ci sono rimasta male. Se avessi sospirato per Claudio Baglioni, non sarei stata così delusa! A volte è meglio non sapere, ma siccome sono sadica per natura, ve l’ho raccontato e se comunque lo sapevate, ve l’ho ricordato.

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Ed ora, finalmente, la Cake Barbapapà.

Qui vi racconto l’odissea del montaggio; per questa operazione ci voleva una vera impresa edile per darmi una mano nell’ardita operazione!

Prima di tutto mi sono arrivate, come cadeaux dall’Inghilterra, tre teglie per cuocere le torte storte, quelle che hanno un lato dritto ed uno obliquo.

Mica facile l’impresa! E’ vero che c’è un piedino che permette di posizionare le torte in forno orizzontalmente, ma è anche vero che da una parte c’è una massa più alta di pasta e dall’altra, più bassa. E’ anche vero che lo spessore minore della pasta è ad una altezza maggiore rispetto al calore del forno, ma vi assicuro, bruciare la torta è un attimo. Ho passato tutto il tempo appiccicata allo sportello del forno con lo stecchino in mano, non appena ho sentito il fatidico profumo della cottura quasi finita.

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Seconda operazione, dopo aver fatto raffreddare le torte (25, 20 e 15 cm di diametro), è stata quella della farcitura. Ho utilizzato una crema pasticcera al cioccolato fondente che ho sparso sull’unico taglio orizzontale che ho fatto per la guarnizione. E qui vi do’ una chicca che difficilmente si riesce a leggere nelle spiegazioni e che ho sperimentato, cercando soluzioni a mie spese. Per non far fuoriuscire la crema dallo schiacciamento dei due dischi di pandispagna, è bene costruire un cordolo sul bordo della torta in modo tale da contenere la crema che è più morbida e che potrebbe sporcare e/o bagnare eccessivamente la crema di burro di rivestimento, strato giustapposto prima della pasta di zucchero. Ho usato una panna vegetale, più compatta rispetto ad una panna normale e che funziona a meraviglia come “salvagente” alla morbida crema pasticcera.

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Successivamente ho separatamente ricoperto le torte con crema di burro, messe in frigorifero per qualche ora e poi ricoperte di pasta di zucchero (prima o poi ve la do’ la mia ricetta….).

E qui ho fatto un errore di valutazione.

Non ho montato lo ziggurat di torte il giorno prima della decorazione, pensando che fosse la stessa cosa farlo il giorno stesso della consegna.

Enorme sbaglio per queste torte storte! La catastrofe ed il cedimento strutturale può essere alle porte!

Per il montaggio bisogna mettere dei pilastri per sostenere il piano successivo; ho preso le misure, tagliati i tubi di plastica obliquamente e poi ho posizionato le torte sopra la base. Ovviamente, questo non te lo dicono mai, ma bisogna mettere un cartone alimentare alla base della torta del piano superiore perché se si poggia direttamente la torta sopra la pasta di zucchero può succedere questo (anzi succede sicuramente!):

1. Si può bagnare la pdz e quindi rompere la copertura

2. I pilastri funzionano solo se il peso è ripartito uniformemente per cui bisogna fare una piattaforma solida ed omogenea per non rompere entrambe le torte, oppure fare un pandispagna duro come un pane raffermo….. qui ringrazio moltissimo i miei professori di statica e scienze delle costruzioni ……. a qualche cosa sono serviti!!! ….. un dolce ricordo a loro!

Ma una cosa non avevo previsto o quanto meno sottovalutato. Queste torte vanno fissate, ossia bisogna usare del “collante”, della glassa reale, per far aderire una torta sopra l’altra. Questo è facile per torte in orizzontale, ma per quelle oblique…… il peso della torta e il piano inclinato …. Insomma, la torta per il peso, scivolava giù come uno sciatore nella libera mondiale perché la glassa non è a presa rapida come certe colle e ci vuole un po’ per farla aderire.

Ergo, mai fare questa operazione il giorno della decorazione finale, siete tutte/i avvisati se non lo sapevate!

Alle 15.00 del pomeriggio del giorno del compleanno della mia giovane amichetta stavo ancora a puntellare i piani della torta e a sudar freddo! Ma miracolosamente è andato tutto bene ed alle 18.00 la Cake Barbapapà era già stata fotografata, ammirata e cannibalizzata!

Devo dire infine che non pensavo, ma mi son divertita un sacco nel progettare e costruire il Barbavillage e, soprattutto il Barbagarden!

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