Un giardino bianco per torta | il White Garden di Vita

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Il bianco è il colore della primavera. Inutile negarlo. Annuncia la rinascita, la purezza, la luce che finalmente riempie le giornate, ci avvolge togliendo il grigiore dell’inverno.

E’ vero, anche la neve che ci racconta dell’inverno è bianca ma come ci rivela Gertrude Jekyll vi è nella neve sempre una quantità tale di azzurro, nella superficie cristallina e nella parziale trasparenza, per cui il bianco dell’inverno non è proprio bianco, ha in sé il senso del freddo con il riverbero dell’azzurro.

Da grande giardiniera la Jekyll ci ricorda che tutte le fioriture bianche hanno in sé qualche altro colore, dal giallo al rosso e che quelli che si avvicinano di più al bianco assoluto in realtà si avvicinano al colore del gesso, come per esempio l’Iberis sempervirens. Per lei questo significa però avere un colore duro, senza alcun gioco o variazione, e quindi privo di interesse.

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A me il bianco piace molto, soprattutto nelle decorazioni delle cakes, un po’ meno nel giardino, forse per l’abuso e per la moda che negli ultimi anni impazza tra terrazze e giardinetti. Ciò che viene richiesto solo per moda in effetti mi irrita un po’, anche perché è spesso frutto di richieste inconsapevoli, di atteggiamenti frivoli che passano poi velocemente.

Ma veniamo alla mia cake white garden.

La torta che ho realizzato per la prima comunione di Beatrice, bimba vivace e caratteriosa doveva essere tutta bianca, come da tradizione per le torte di questi eventi con l’introduzione di un piccolo animaletto portafortuna, una tartaruga.

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Una torta monocolore, quindi, con una piccola tartaruga che doveva intrufolarsi nella decorazione della cake.

Che fare? Beh, le tartarughine in cattività popolano spesso i nostri giardini e allora mi dirigo verso l’idea e la costruzione di una cake che evoca un piccolo giardino bianco.

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Questa volta vado in larghezza e non in altezza, pensando di realizzare una sorta di piano rialzato con una base di polistirolo con sopra le torte che simulano un piccolo paesaggio, tutto ricoperto di fiori e, nel punto focale della composizione, una piccola tartaruga color rosa baby.

La base, di dimensione 40x60cm insieme alle tre torte tonde dal diametro variabile da 12 a 25 cm, è stata ricoperta da circa 5 kg di pasta di zucchero, tutti rigorosamente e faticosamente confezionati e stesi sulle forme, realizzando in questo modo una tortona per circa 35-40 porzioni.

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La base è quella della torta madeira bagnata con un semplice sciroppo un po’ agrumato e una crema pasticcera alla vaniglia arricchita con della panna e gocce di cioccolato. Tutto piuttosto semplice perché era soprattutto una torta per bambini. La torta più piccola era invece stratificata con una crema chantilly al pistacchio, come da richiesta precisa della piccola festeggiata.

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Tanti, tantissimi fiori semplici di diverse fogge hanno ricoperto tutta la torta insieme alla piccola tartaruga rosa e a qualche farfalla zuccherina che si è distrattamente posata sulla cake.

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Ma ci sono ben altri giardini bianchi a cui ispirarsi e che hanno fatto tendenza nella storia del giardino e che oggi, grazie alla loro influenza, sono diventati esempi ,a volte ossessionanti, per piccoli giardini e terrazze che vogliono essere esclusivamente avvolti da questo colore dai loro proprietari come se la monocromia  è sinonimo esclusivo di raffinatezza.

In effetti è stato per lungo tempo un tormentone quello dell’uso esclusivo del bianco e di tutte le sue declinazioni tanto da diventare quasi una semplice banalizzazione per alcuni e spesso una riduzione alle tante possibilità di altri accostamenti cromatici.

I riferimenti storici al giardino bianco più rimportanti dl secolo scorso  sono senza dubbio due opere ideante da due donne, regine indiscusse del giardinaggio: quello di Gertrude Jekyll, il White Garden di Barrington Court nel Somerset e quello di Vita Sackville-West, il White Garden di Sissinghurst (e consorte, ma sì, anche lui qualche cosa l’avrà detta….) nel Kent, entrambi in Inghilterra, naturalmente.

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Gertrude Jekyll. il White Garden di Barrington Court

La proprietà di Barrington Court  della prima metà del 1500 fu comprata nel 1907, dopo numerose traversie, dal National Trust (è l’ente che in Gra Bretagna protegge e mantiene i patrimoni storici verdi) che in questo modo entrò in possesso della sua prima proprietà di campagna con giardino. Successivamente il National intraprese le opere di ristrutturazione che però furono da subito insostenibili. La proprietà così passò nel 1920 al colonnello Arthur Lyle, direttore della società di raffinazione dello zucchero la Tate & Lyle il quale chiamò a sua volta l’architetto J. E.  Forbes per la completa trasformazione della proprietà. Forbes a sua volta si rivolse per la realizzazione dei giardini a Gertrude Jekyll, la quale si occupò soprattutto del progetto vegetale.

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Il White Garden è quindi l’opera della regina dei colori nel giardino, quasi del tutto “rigenerato” nel 1986 da Andrew Lyle, perché si sa, i giardini non sono eterni e hanno bisogno non solo di molte cure ma anche di sostituzioni pesanti. In molti casi poi, le vecchie composizioni vegetali possono essere anche parzialmente sostituite con l’introduzione/sostituzione di alcune piante di produzione più recente (nuovi cultivar).

Sicuramente il White Garden più famoso e copiato da sempre è quello di Sissinghurst di Vita Sackville-West che aveva probabilmente visitato o studiato quello antecedente di Gertrude Jekyll.

Quando Vita Sackville-West e suo marito Harold Nicolson acquistarono nel 1930 la proprietà di Sissinghurst, si trovarono di fronte ad un rudere elisabettiano, un complesso con 350 acri quasi completamente in rovina. Spesero oltre 13.000 sterline per acquistare la decadente proprietà, cifra che a quel tempo poteva essere tranquillamente spesa per una lussuosa magione. Ma volevano una cosa da costruire con passione avendo sotto mano solo un canovaccio che poteva accogliere nuove forme. Che dire, se l’erano cercata!

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La coppia di aristocratici letterati ed intellettuali si trovarono quindi davanti l’antico castello ormai trasformato e frazionato in tanti edifici agricoli con una serie di frammenti sparsi un po’ per tutta la proprietà, come per esempio, parti e tracce di muri in mattoni che dovevano essere le antiche recinzioni. Gli edifici furono ristrutturati e il giardino fu realizzato con la struttura formata da una successione di stanze segnate dai muri che furono riconfigurati su un disegno a recinti.

Come stanze senza soffitto, i giardini così concepiti si aprono l’uno sull’altro attraverso le bucature dei muri di cinta che a loro volta, attraverso le aperture, mettono in relazione non solo i giardini tra di loro, ma anche i giardini con il paesaggio circostante.

Nel passeggiare il visitatore può quindi avere una serie di esperienze visive che si aprono o si concentrano su vedute e colori in una sequenza continua di meraviglia.

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Il White Garden di Vita è tra i tanti giardini di Sissinghurst quello più conosciuto e sicuramente quello più copiato. L’idea era quella delle collezioni vegetali che come descrive Charles Moore nella sua opera  La Poetica dei Giardini, porta la collezione di piante ad essere organizzata in “giardini per tutti i mesi dell’anno”.

Moore fa inoltre un interessante parallelo con la tradizione giapponese che crea collezioni di giardini per tutte le stagioni ricordando che nella Storia di Genji (opera del XI secolo) il principe Genji fece costruire per le sue donne proprio dei giardini dedicati alle quattro stagioni.

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La stagionalità è quindi raccontata nei diversi giardini e al White Garden spetta la stagione dell’estate con la fioritura dei Cosmos e quella della bella Rosa mulliganii che si arrampica sopra il gazebo piramidale posto al centro del giardino, punto focale dello spazio.

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La struttura  della vegetazione del giardino, pur seguendo la rigidità e la simmetria dell’impianto, ha regole diverse, e si compone per forme e altezze che simulano una morbidezza naturale. “Il senso di solidità si può ottenere solo con la presenza di una massa occasionale che rompa i gruppi, più ariosi, dei fiorellini e […] ci deve essere alternanza tra colori e solidità, decorazione ed architettura, frivolezza e serietà”. Questo scriveva Vita nelle tante corrispondenze ed articoli pubblicati nella sua rubrica sul The Observer.

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Il bianco poi è declinato in tutte le sue sfumature e profondità, esaltato dal colore glauco e argenteo delle Artemisie o delle Santoline o ancora della Cineraria maritima o  del Pyrus salicifolia che fa ombra alla statua della Vergine vestale,  o come diceva la stessa Vita, il bianco doveva “mirare ad un effetto freddo, glauco”, o infine, il bianco candido dell’Hydrangea grandiflora o della Buddleia nivea o delle Dhalie e Anemoni bianchi naturalmente.

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Un giardino quasi lunare, che la sua creatrice sperava di vederlo attraversare da uno spettrale barbagianni, in una calda notte d’estate.

Dal 1967 Sissinghurst è proprietà del National Trust  e di otto giardinieri specializzati che seguono con maniacale devozione la vita dei giardini.

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