fiori di plastica | +garden

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Nel periodo delle festività natalizie, ma anche dopo per la verità, mi applicavo in un gioco abbastanza stupido durante i tragitti che facevo in macchina negli spostamenti dentro la mia città.

Non guido e spesso mi estraneo guardando fuori dal finestrino, osservo, qualche volta rifletto, e spesso faccio una cosa senza senso, apparentemente: conto, ossia calcolo quante volte incontro nel mio tragitto alcuni oggetti urbani. Possono essere i semafori, i cartelloni pubblicitari, la segnaletica, i cassonetti dell’immondizia, le auto di colore blu, insomma cose che nel paesaggio urbano sono presenti in modo seriale.

No, non sono pazza, non ho disturbi mentali, questo innocuo passatempo è un’operazione quasi di rilassamento mentale, un po’ come fare la respirazione profonda.

Ora, qualche anno fa rimanevo stupita dal conteggio dei pupazzi di Babbo Natale appesi ai balconi, dondolanti sulle soglie delle finestre, attaccati come lucertole alle pareti delle case.

Tantissimi, un numero maggiore nel tragitto periferico,  minore nel centro storico. Rimanevo sempre meravigliata di quante persone pensavano di essere originali attaccando quei poveri pupazzi in posa dondolante fuori dalla propria finestra.

Una moltitudine, una originalità diffusa.

Le decorazioni luminose avevano quindi ceduto il passo a questi addobbi che, in modo preoccupante, avevano invaso le facciate dei palazzi.

Personalmente mi metteva un certo senso di disagio vedere queste sagome spiaccicate, sembrava quasi che il povero Santa Claus avesse avuto un brutto incidente con la slitta e si fosse sfracellato e fortunatamente aggrappato alle ringhiere dei balconi.

All’epoca poi la cosa era talmente diffusa che incominciarono anche a sorgere comitati di liberazione del Babbo Natale, un po’ come è successo con i nani da giardino.

La cosa però per me più avvilente era vedere l’abbandono dei poveri pupazzi che rimanevano per mesi appesi, dimenticati dai proprietari, che li lasciavano lì a scolorire al sole e alle intemperie. Da addobbi ad incrostazioni ammuffite.

Per fortuna le mode sono mode e come arrivano, passano.

Oggi ne vedo pochissimi, per cui non li conto più.

Terminata la mania dei Babbi, ecco che ne nasce un’altra.

Tre o quattro anni fa sempre in un mio tragitto cittadino, questa volta con lo scooter, mi imbatto in una strana visione. Ad un semaforo nei pressi di Porta Pia (siamo a Roma) aspettando il verde, alzo la testa e davanti a me vedo una cosa che mi sembra fuori posto, strana, insomma mi incuriosisce e mi fa mettere a fuoco la mia distrazione. Un lungo balcone totalmente fiorito.

Bello, penso, brava/o chi lo sta curando!

Ma questo pensiero si disintegra in un nanosecondo. Siamo a dicembre e malgrado spero sempre che gli italiani si trasformino in inglesi per quello che riguarda il giardinaggio, dei girasoli fioriti in pieno dicembre sono alquanto sospetti.

Metto a fuoco meglio e realizzo che tutto il balcone è traboccante di cassette fiorite di coloratissimi fiori di ….. plastica.

Si plastica. Una stridente, colorata accozzaglia di fiori “plastici”, quelli che per intenderci si possono comprare in quantità imbarazzanti e a poco prezzo negli stores dei cinesi.

Rimango un po’ sbigottita e tra me e me mi rammento che il mondo è bello perché è vario.

Certo, a me i fiori di plastica fanno in po’ tristezza, mi ricordano quelli che vedevo in cimitero quando ero trascinata da bambina nelle visite ai vari defunti di famiglia. Mi dico anche che si, esistono anche fiori di seta bellissimi e costosissimi che vanno a addobbare le case di molte persone, ma a me i facsimile non sono mai piaciuti, ancor meno i fiori. Deformazione professionale.

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Questo succedeva per l’appunto qualche anno fa.

Pensavo che fosse un’apparizione isolata ma mi sbagliavo.

Un po’ come per i Babbo Natale, qua e là è sempre più frequente la vista di questi balconcini fioriti un po’ ovunque, fino a rilevare quello che io definisco l’apice del fenomeno che fino ad ora avevo notato sempre e solo nello smog cittadino. Fino a questa estate.

Passeggiando per le strade di un ridente paese del nord (non farò il nome neanche sotto tortura) abbracciato dalle Dolomiti (patrimonio Unesco, tanto per ricordarcelo) e costellato di rigorosi ed eleganti giardini privati che fanno capolino da dietro bellissimi cancelli ottocenteschi, trovo meravigliose cassette di fiori di plastica esibiti sui parapetti delle finestre.

Inchiodo il passo e mi blocco. Ma come si fa????? Ma come viene in mente di mettere quelle tristezze polverose fuori dalle proprie finestre alla mercè della vista dei passanti in questo posto così incantevole, bruttezze sintetiche esibite davanti a bellezze naturali uniche al mondo. Perché?

Devo prenderne atto, i fiori di plastica per qualche misteriosa capacità di propagazione si sono riprodotti ed adattati anche in quei posti dove pensi di trovare dietro l’angolo Haidi con un mazzolino di pratoline che saltella e canticchia, hanno preso coraggio e sono usciti dalla loro nicchia ecologica, la città, e si sono riprodotti e moltiplicati occupando il posto dei gerani rossi e delle surfinie, insomma di quegli esseri con vita che sviluppano radici, fioriscono e mettono le foglie e come nascono, muoiono, un po’ come noi.

Perché?

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Indubbiamente è una operazione di abbellimento, di decoro nell’intento della persona che li espone. Probabilmente pensa che mettere i fiori sia bello, avere un terrazzo fiorito sia un bel guardare, aumenta il nostro benessere visivo, rende tutto più piacevole.

Ma le piante, i fiori, non sono solo oggetto di abbellimento, un fatto meramente estetico, sono anche e soprattutto cura, dedizione, conoscenza, per molti passione, coltivazione, sapere. E tempo, tempo dedicato alla coltivazione e impegno.

Perché questa scorciatoia? E soprattutto perché renderla sfacciatamente pubblica?

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Dopo qualche mese di riflessione la parola magica l’ho sentita un paio di settimane fa ad una conferenza, parola uscita dalla bocca di una semiologia: verosimile.

Il piccolo ragionamento che componeva un più ampio discorso riguardava il fatto che oggi siamo praticamente intossicati dal verosimile, ci accontentiamo che le cose, gli oggetti, i ragionamenti siano verosimili.

E’ vero che parlare della moltiplicazione delle possibilità che il verosimile porta in sé, è uno stato di apertura mentale (soprattutto nelle scienze) nel guardare il mondo come una rete, un sistema aperto e non come una struttura rigidamente lineare.

Ma come tutte le parole e concetti, il tempo, l’uso, il luogo e le popolazioni modificano nella loro evoluzione il significato, fino anche ad impoverire il termine.

E’ verosimile, può essere, è una possibilità.

I fiori di plastica usati come fiori veri (perché “piantati nelle cassette”) possono pure essere spruzzati di profumo per appagare oltre la vista anche il senso dell’olfatto, possono sembrare “verosimili” al passante che distrattamente transita sotto queste bellezze, ma non sono fiori, non sono piante. E’ vero che la loro verosimiglianza da’ la possibilità a chi li espone di fare una operazione estetica con poca fatica, ma in questa verosimiglianza si perde una cosa, la bellezza.

La bellezza per chi vede, o meglio ammira, la bellezza non solo della composizione, negli accostamenti di forme e colori, ma la bellezza della mutevolezza della piccola opera, quella piccola mobilità morbida che i tralci fioriti hanno al passare del vento, al contrario dei similplastica che invece ondeggiano rigidamente come stoccafissi. La bellezza di ciò che si rinnova, che cambia, ma anche la bellezza di chi coltiva, pensa, costruisce queste scene studiando e lavorando per ottenere ciò.

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davanzale con fiori veri e non verosimili

Ed è per questo che se io fossi il sindaco di quel paese proporrei dei piccoli incentivi, o sgravi, a chi mette e coltiva piante fiorite sui propri balconi e invece, per contro,  arrivare perfino a multare chi invece espone la plastica (vogliamo parlare delle belle spalliere di finta edera? Meglio di no).

Spero, mi auguro, di non iniziare a contare al posto degli estinti Babbo Natale, i balconi con i fiori di plastica…..

monica sgandurra

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