Memoria e giardini come pane quotidiano. Challah

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La memoria, la facoltà di ricordare è cambiata nella nostra epoca. L’accelerazione dei nostri comportamenti ci porta ad una velocizzazione delle nostre azioni, ad una percezione del trascorrere del tempo che non corrisponde effettivamente allo spazio che la nostra vita consuma istante per istante.

Se da un lato la velocità ci aiuta nelle molte attività della vita contemporanea, su altri versanti consuma, logora e fa perdere anche la capacità del senso delle cose, passate e presenti.

Il ricordo, la memoria è sempre più breve, tendiamo a dimenticare, ricordiamo con molta difficoltà le storie che hanno costruito la nostra civiltà, soprattutto in quei passaggi che ci hanno visto gli uni contro gli altri, tempi barbari, tempi privi di ogni raziocinio.

Ciò che si sta producendo oggi è proprio il concetto di memoria breve, di esistenza quasi esclusiva dell’istante, come se la nostra vita non possa essere il risultato di esperienze, del tempo che scorre sul nostro stato biologico.

Il tempo che passa è l’unica cosa che non possiamo cambiare, e anche se dal punto di vista fisico molti di noi cercano di vivere una vita da “fermo immagine” rincorrendo uno stato di eterna giovinezza, il tempo si consuma comunque, scorre e, biologicamente, finisce.

Siamo invece diventati bravi nel cambiare il tempo passato, lo alteriamo, a volte lo neghiamo; le esperienze, i fatti che sono accaduti sono rimossi, spesso falsificati.

E’ una perdita.

Perdiamo giorno dopo giorno il senso delle nostre azioni, il senso dei rapporti che fin qui si sono costruiti, la memoria non è più un tesoro, uno scrigno di esperienze, sentimenti, conoscenze, ma un sacchetto della spazzatura da buttare il prima possibile.

E la nostra società sta costruendo delle modalità oscene di dimenticare fatti, persone, comportamenti che ledono e alterano profondamente la nostra civiltà, il nostro status di esseri pensanti.

Un  esempio.

Quante volte, negli ultimi venti anni apriamo un giornale, o vediamo una trasmissione televisiva dove sono riproposti personaggi (soprattutto politici) che si ripresentano con immacolata innocenza, spesso con arroganza fisica ed intellettuale, nella speranza di ritornare ad essere visibile, perché oggi se “non sei visibile non sei nessuno” (questa è la frase uscita pubblicamente dalla bocca spavalda di un mio giovane amico).

Il filosofo francese Paul Virilio in Città panico scrive: “Verso la fine degli anni Trenta, Paul Valéry constatava “La sensibilità dei moderni si sta indebolendo, giacché occorre un’eccitazione più forte, un maggior dispendio di energia per sentire qualche cosa. Quest’attenuazione della sensibilità si rivela abbastanza nell’indifferenza crescente e generale rispetto alla bruttezza e alla brutalità di ciò che si vede”. Questa indifferenza all’orrore, esito della prima guerra mondiale e che presto favorirà l’abominio della seconda […] ha favorito l’amnesia […]”.

Finchè saranno in vita i nostri genitori (quelli della generazione dei cinquantenni), possiamo ancora attingere ad una memoria fisica di ciò che è stato un momento doloroso della nostra storia.

Dopo, quando non ci saranno più testimoni in carne ed ossa, la memoria potrà essere cancellata, falsificata, distrutta dal nostro tempo, da noi stessi.

Il giardino può essere un luogo importante, perché può essere luogo di fantastiche storie ma anche luogo che racchiude memorie personali e universali.

Come scrigni, libri vivi, i giardini conservano quindi memorie che custodiscono gelosamente.

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Il giardino della memoria quando l’ho visitato mi ha generato un sentimento di comunanza con il senso del disagio ma anche con le forze positive che lo vivificano. E’ un progetto di Cornelia Müller e Jan Wehberg, per l’ampliamento del Museo Ebraico di Berlino, opera di Daniel Libeskind, il più grande museo ebraico d’Europa.

Di questo giardino ho già scritto qualche cosa relativa alla parte più conosciuta, ossia il Giardino E.T.A. Hoffman o chiamato anche il giardino dell’Esilio.

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L’opera di Cornelia Müller è ben più complessa ed articolata e segue fisicamente e spazialmente i due edifici del Museo che di volta in volta si affacciano sullo spazio verde o si insinuano nella struttura stessa dei giardini.

La mia visita ebbe inizio non dalla parte dell’ingresso del Museo, ossia quella dell’ala antica del complesso, l’edificio preesistente del 1735 di Philip Gerlach, ma dall’accesso pubblico, sul fronte della Lindenstrasse, dalla parte dell’edificio a zig-zag, o stella di David frantumata, scomposta, o come lo chiamano, il fulmine di Libeskind.

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Il visitatore è accolto da un primo giardino, il Rosenhain, un roseto con fioriture rosse e bianche che ricordano le uniche piante che possono crescere lungo le mura di Gerusalemmme. Il roseto costruisce il livello più basso del giardino che in questo punto accoglie la struttura colonnare del Giardino dell’Esilio che si staglia sul prospetto argentato della facciata rivestita in zinco del nuovo Museo.

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Le pavimentazioni che attraversano il roseto si sciolgono sotto i piedi dei visitatori in una superficie granulare che impone un rallentamento del passo e aumenta l’attenzione nel camminare tra le masse, tra i cespugli di rose.

Si prosegue e si incontra un ulteriore frammento del giardino nel quale troviamo un piccolo spazio giochi, il Walter Benjamin Spielplatz, uno spazio ludico dedicato al poeta, una semplice superficie che accoglie una vasca di sabbia incastonata in superfici rialzate. Verso la fine delle drammatiche pieghe del Museo il percorso, rigorosamente su un’asse che disegna il limite del giardino, taglia, rompe diagonalmente la massa di alberi del Paradiesegarten, il Giardino del Paradiso, un quadrato nel quale delle robinie sono nate e cresciute spontaneamente sulle macerie di un edificio distrutto dall’ultima guerra mondiale.

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Tra i tronchi si snoda una fontana, un percorso d’acqua, un meandro lungo 38 metri che finisce dentro una spirale di pietra. Il riferimento al Paradiso, al luogo della beatitudine, il luogo delle “alberature irrigate”, all’Eden, il giardino alberato ricco di frutti e di acqua è evidente, e la fontana-scultura, che si snoda tra i fragili tronchi delle robinie, costruisce proprio l’immagine di un paradiso che perdiamo e ricerchiamo continuamente, come in una spirale, dove tutto finisce e si rigenera, in un percorso verso la conoscenza del mondo e della propria esistenza, il percorso evolutivo dell’anima.

Risalendo lungo la facciata del Museo superfici a prato fiorito lasciato ad incolto si contrappongono come morbidi piani alla durezza riflettente del fronte dell’edificio. E’ qui che lo spazio esterno ha il suo unico luogo di pausa, un luogo dove le tensioni dei segni, delle superfici ha una sosta e si riesce a respirare, quasi a pieni polmoni.

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L’ultimo spazio racchiuso negli angoli del Museo è il cortile dedicato a Paul Celan, uno spazio con al centro una Paulownia tomentosa e ricoperto da una pavimentazione disegnata da Gisèle, la moglie del poeta, che mescola materiali e textures in trame che quasi sono il risultato della “caduta” dei segni, degli squarci, dell’edificio di Libeskind.

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Tanto è disorientante, destabilizzante e carico di emozioni, che si alternano in sequenze quasi filmiche, quanto disteso, rilassante e calmo è l’altro giardino, quello dell’ala più antica del Museo.

Una recinzione divide i due spazi che sono messi in comunicazione tramite piccole aperture non sempre aperte al il pubblico.

L’”altro giardino” si compone di una serie di strutture tipiche del parco pubblico come una pergola, un boschetto, un frutteto, dei prati, una linea d’acqua, un’area attrezzata per mangiare. Insomma, un vero e proprio luogo pubblico dove passare il tempo libero, dove leggere, giocare, prendere il sole, mangiare.

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Ma anche qui il disegno di rette, a volte spezzate, è riproposto anche se in forme meno drammatiche, con andamenti più lineari lungo i quali si snodano le diverse strutture verdi.

Dalla terrazza sulla quale si esce dagli spazi dell’area ristoro del Museo finisce una linea d’acqua che, insieme al percorso principale che invece inizia sotto una pergola di glicine, attraversa tutto il giardino fino ad un altro belvedere costituito da un modellamento del terreno.

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Sulla sinistra di questo percorso una stanza delimitata da alte siepi racchiude una “sala da pranzo” all’aperto, attrezzata con tavolini e  ombrelloni. Oltre, un quadrato racchiude un boschetto di platani dalla potatura ad ombrello le cui chiome s’incrociano in modo tale da realizzare una vera e propria pergola arborea. Una modalità tutta nordica di modellare i platani.

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Sul lato opposto due rettangoli di prato accolgono piccole masse di fruttiferi sotto la cui chioma le persone si possono sdraiare per leggere e conversare.

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Sul fondo del giardino il terreno si modella in balze di prato dove sdraio colorate accolgono le persone per godere del sole primaverile e la linea d’acqua, che qui si genera da una fontana, scende con un letto di pietra rigato che provoca il tipico rumore delle piccole cascate. Il margine del giardino è poi chiuso da una quinta di altissimi pioppi che dialogano in modo quasi iconico con la facciata antica, ma rimaneggiata, del Museo.

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Ecco, mai come in questo posto, in questo giardino contemporaneo, la memoria di ciò che mi era stato raccontato, la memoria di un  vissuto tragico si è materializzato  in uno stato d’animo che acutizza non solo il sentire, ma il vedere, il percepire, e porta ad uno stato di  disagio, di spaesamento, di oppressione ma anche a spiragli, aperture, piccole tranquillità da riconquistare o riconquistate.

Un giardino non dedicato alla memoria, ma che genera memoria, costruisce in ogni istante esperienza che produciamo nel camminarci dentro, genera un senso delle cose che ci fa capire e custodire ciò che non deve più essere.

Ed ecco perché il giorno della memoria non è importante per me ma sono importanti tutti gli altri giorni che si susseguono nella vita. Per ricordare, per non perdere nulla dell’esperienza  che la storia custodisce.

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E’ la prima volta che faccio questo pane che la comunità ebraica benedice il venerdì sera, nello shabbat.

E’ un pane meno dolce del panbrioche, ma molto simile nelle componenti.

E’ ottimo come pane da colazione.

Ricetta della Challah

ingredienti

  • 1 kg di farina 0
  • un cubetto di lievito di birra
  • due bicchieri d’acqua
  • 150 ml di olio di semi di girasole
  • 4 cucchiai di zucchero semolato
  • un uovo intro
  • sale
  • un tuorlo d’uovo per spennellare
  • semi di papavero qb per la copertura

procedimento

  • sciogliere in un bicchiere d’acqua il cubetto di lievito di birra e un cucchiaio di zucchero e  lasciare riposare per l’attivazione del lievito
  • in una ciotola mettere l’olio, l’uovo e lo zucchero insieme al lievito e mescolare
  • aggiungere la farina e un po’ per volta i due bicchieri d’acqua
  • lavorare l’impasto fino a farlo diventare liscio e non appiccicoso (deve sviluppare il glutine)
  • far riposare la pasta in una ciotola unta con un po’ di olio (per non far attaccare la pasta) e coperta da un panno umido fino al raddoppio della massa (io l’ho preparata la sera e messo a lievitare per tutta la notte.
  • una volta lievitato dividere la massa in tre parti e realizzare tre rotoli che si intrecciano tra di loro come una treccia. In realtà il pane richiede delle trecce più complesse, a cinque o sei rotoli, ma per questo ci vuole una specializzazione
  • disporre la treccia sul una teglia foderata da cartaforno e farla lievitare per altre due ore
  • spennellare con il tuorlo d’uovo sbattuto con un po’ d’acqua e aggiungere a pioggia i semi di papavero
  • infornare il pane in forno preriscaldato a 200°C per circa dieci minuti e poi abbassare a 180°C per altri 20 minuti (ma qui vale sempre la regola che ogni forno è diverso per le cotture)
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